Tra stanchezza e adrenalina, sulla Punta Lenana (Mt Kenya) riusciremo a posare i piedi

Monte Kenya Punta Lenana

Quando suonerà la sveglia, il tempo basterà appena per ingurgitare una tazza di tè e qualche biscotto, perciò stanotte si dorme vestiti. Sopra canottiera di lana, maglietta, felpa e pile, sotto calzamaglia, leggins pesanti e pantaloni lunghi. Ai piedi due paia di calze, di cui uno rigorosamente di lana. Io ne indosso tre, per sicurezza. In testa abbiamo cuffia e cappuccio, e finalmente una scusa per addormentarci al caldo.

Francesca ha partecipato al viaggio Kenya: Trekking al Monte Kenya

Io e Gianluca, da quando è iniziata questa esperienza in alta quota, dormiamo in una tenda verdina uguale a quella che si sono ritrovati anche mia sorella e Gabriele. Ha stampata sul davanti una scritta bianca un po’ tremolante “JOKER. 3 SEASONS”. Devo dire che fino a 3000 m ci si stava quasi bene, era sufficiente infilare nel sacco a pelo la nostra borraccia con l’acqua bollente, così da creare il giusto tepore per prendere sonno, e la mattina dopo il contenuto era alla temperatura perfetta per essere bevuto. Ma ora che abbiamo superato i 4000 m, l’ultima cosa che vorremmo è disporre di una tenda da campeggio estivo al mare.

Così, dopo aver cenato, proviamo a resistere per rimanere là fuori a scambiare due chiacchiere. Sarebbe un peccato non godere di quel paesaggio, conquistato dopo quindici chilometri a piedi e 1000 metri di dislivello. Fermi, però, proprio non si può stare. Non appena il sole si congeda, andando a nascondersi dietro le montagne più alte, la temperatura cala così drasticamente che persino le operazioni e i movimenti più semplici diventano complessi e scomposti, interrotti da qualche brivido improvviso e da un girovagare silenzioso che ha il solo scopo di mantenersi vivi. Il senso di protezione che riverbera dalla forma ad anfiteatro delle montagne circostanti, il nostro piccolo nido temporaneo, non è sufficiente a darci riparo. Pur senza manifestare grandi sintomi del mal di montagna, l’altitudine s’impone facendo rimbombare ogni battito nelle tempie, condensando il respiro e insieme a lui le nostre parole, rubate dal vento prima che possano raggiungere l’interlocutore. Non resistiamo così più di dieci minuti. In qualche manciata di secondo seguiamo l’esempio di mio fratello che, dopo aver girovagato per un po’ con la testa altrove, sembra deciso a raggiungere in fretta la sua tenda. Rispetto alla nostra, questa sembra decisamente più tecnica. È di nylon grigio – quasi lo stesso colore della roccia circostante -, tutt’intorno al suo perimetro corrono “minigonne” che impediscono all’aria gelata di intrufolarsi, e poi porta la scritta “Kilimanjaro”, dettaglio che induce a credere sia stata pensata per la montagna o che, quantomeno, non le manchi neanche una stagione.

Mentre passo in rassegna tutti questi elementi saranno su per giù le otto di sera, la sveglia è già puntata per le tre del mattino sul telefono di Gian. Quando ci alzeremo, lo zaino dovrà essere pronto e in tenda non potremo lasciare niente, ad eccezione della sacca (ormai svuotata di tutto) che si caricheranno i portatori, fino al prossimo, ultimo, campo base. Controllo di non aver dimenticato niente fuori dalla nostra tenda, prima di chiudere la zip e infilarmi tutta vestita nel sacco a pelo. Sollevo bene il cappuccio imbottito e tiro gli elastici in modo da tenermi riparata anche la testa, ma ogni volta che mi giro da un fianco all’altro e la cuffia si sposta un pochino, è come se un milione di spilli mi colpissero la fronte, scuotendomi dal sonno, già leggero per l’eccitazione dell’impresa. Il mio telefono è spento da giorni, non ho con me un orologio e ogni volta che apro gli occhi penso sempre che manchi pochissimo alla partenza. Combatto così, tra stanchezza e adrenalina, tutto il tempo che resto in tenda, finché all’improvviso si fanno le tre e la suoneria di Gian rompe il silenzio della montagna. Devo dire che è un silenzio diverso, mai un’assenza di rumori. La notte si sente il fruscio dell’acqua del torrente che ci scorre accanto, l’ululato del vento e moltissimi altri suoni della natura che non riesco a decifrare, ma che mi sembra compaiano solo quando intorno si fa buio.

Sbuco dalla tenda che è completamente coperta di rugiada e osservo: il cielo è nero e pienissimo di stelle, la via lattea lo squarcia in due. Là dove le stelle si interrompono, riesco a disegnare con il dito il profilo delle montagne. Su una di quelle vette riusciremo a posare i piedi. Penso al mio personale sbarco sulla luna. Quando riporto lo sguardo in basso, accendo la torcia a led che porto sulla fronte e vedo mio fratello, già in piedi con una tazza di tè in mano e pronto a partire. Allaccio gli scarponi e lo raggiungo. In qualche minuto compaiono anche gli altri tre e siamo tutti pronti per iniziare l’attacco alla vetta.

David, la guida che è con noi da quattro giorni, ci avverte che non c’è tempo da perdere. In meno di tre ore dovremo essere in cima, quindi niente pause inutili, via la macchina fotografica, massima concentrazione e soprattutto ritmo pole pole (piano piano in swahili), ma regolare. È da David che abbiamo appreso due insegnamenti fondamentali se si vogliono limitare i disagi del mal di montagna: camminare piano, per permettere al corpo di acclimatarsi e bere costantemente per prevenire la disidratazione, tipo almeno due o tre litri al giorno. Ci chiede anche di non superarlo, sarà lui a dettare il ritmo della camminata. Ognuno di noi, con la sua frontalina in testa, lo seguirà disponendosi dietro il compagno in fila indiana, con Beatrix – una portatrice aspirante guida – che chiuderà la “cordata”.

Non c’è un vero e proprio sentiero, solo una traccia fra le rocce e le ultime riserve di vegetazione che inspiegabilmente sopravvivono a quote così elevate. Seguiamo David in quest’ordine: davanti c’è mio fratello, poi io, Gian, Gabriele, mia sorella e infine Beatrix. Una sorta di disposizione naturale che va da Riccardo (instancabile camminatore, soprattutto nelle situazioni in cui è richiesta maggiore resistenza), passando per la mia tenacia e per la forza di volontà di Gianluca e Gabriele, fino ad arrivare a mia sorella, ribattezzata (ingiustamente, ammetteremo poi) “nonna avventura”. È incredibile di come sia tutto diverso, qui in alto. L’aria ha un’altra consistenza, sembra non ti basti mai. Ogni passo esige attenzione, il terreno è scosceso e non c’è luce al di fuori del cono che proietta la nostra torcia. Viene naturale stare subito dietro al compagno davanti, approfittare della sua scelta dell’appoggio migliore, seguire il ritmo di un respiro che smette di essere solo il tuo e diventa collettivo. Mi guardo indietro un paio di volte, nel tentativo di dare forma ad uno spazio tinto di nero. Sembriamo lucciole, nel nostro illuminare intermittente, che segue l’ondeggiare dei corpi ad ogni passo e prova a rallentare il battito del cuore. Tutto è così faticosamente armonico.

A mano a mano che prosegue la salita, vedo allontanarsi le luci dietro di me. Gianluca mi distanzia di poco, ma Bea è un po’ affaticata. Il suo corpo le dice di andare più piano, di fermarsi ogni tanto a riprendere fiato, e Gabriele sta con lei. Non so se sia una promessa esplicita o il patto silenzioso di due persone che si amano. Tutta la cordata rallenta un pochino, per permetterle di mantenere il ritmo. Ogni tanto Beatrix emette un suono, una specie di fischio più caldo. Gliel’ho sentito fare anche nei giorni scorsi, riesce a produrlo appiattendo la lingua all’interno della bocca e soffiando. Mia sorella è convinta lo faccia per lei, quando sente che è in affanno, che il respiro è più accelerato. È il suo modo discreto di avvertire David che deve rallentare il passo, perché c’è qualcuno in difficoltà. In effetti ogni volta David rallenta o, se è molto avanti, si ferma ad aspettare. Vedo che controlla l’orologio, calcola il tempo che manca per raggiungere la cima e forse pensa che non riusciremo a vedere l’alba. Poco dopo ci raggiunge un’altra guida, sta accompagnando un ragazzo indiano che viaggia da solo. David lo saluta e gli chiede se io, mio fratello e Gian possiamo seguirlo. In questo modo riusciremo ad andare ad un passo più sostenuto e provare ad arrivare in cima prima che sorga il sole. Lui è d’accordo, ci presentiamo e lo seguiamo, disponendoci di nuovo in fila indiana. Mi dispiace lasciare Bea e Gabriele indietro, ma sono in ottime mani e credo sia un’esperienza più piacevole anche per loro, poter scegliere l’andatura, senza stressare il corpo. Questa guida ha un ritmo costante e più spedito, ogni tanto Gian chiede se sia possibile rallentare un po’, ma Riccardo ribatte: “Ci ha fatto un favore a prenderci con lui, non possiamo farlo rallentare, dobbiamo essere noi a seguire il suo passo”. E così proseguiamo.

Il terreno diventa via via più ghiaioso e sembra sempre più faticoso ancorare lo scarpone alla roccia, per poter fare il passo successivo. Nell’affrontare la parete nord, l’unica via che possiamo percorrere da Shipton Camp, dobbiamo superare un lungo passaggio a mezzacosta, in cui il terreno scende velocemente alla nostra destra. Il buio intorno non permette di vedere se ci sono strapiombi o altri punti particolarmente pericolosi e mi accorgo che la mia attenzione si fa sempre più viva, nonostante un gran scivolone in cui perdo i bastoncini e la guida (coi riflessi prontissimi) si precipita ad afferrarmi per un braccio. Il sole è ancora nascosto ma il cielo si sta tingendo di blu scuro, quando abbandoniamo il ghiaione e il “raccordo” (che non riusciamo comunque a vedere) con la Chogoria Route. Sopra di noi la roccia diventa più verticale, così i passi devono allungarsi per cominciare la scalata e i bastoncini – finora utilissimi – risultano d’intralcio. Percorriamo i primi duecento metri in salita, poi Gianluca si blocca. Ha studiato la mappa, nella sua testa ha tracciato tutto il percorso e sa perfettamente che da questo momento non sarà più possibile tornare indietro. La via che prenderemo per scendere (Chogoria) non è la stessa da cui siamo saliti e ora si proseguirà a salti per raggiungere Punta Lenana, il terzo picco più alto del massiccio del Monte Kenya. Ha le gambe rigide, suda e chiede di fermarsi. Conosco questa sua “reazione” alla montagna, do un fischio a mio fratello e gli chiedo di fermare la guida. È convinto di non riuscire a proseguire, ha paura e non riesce a concentrarsi. Lo rassicuro, lo convinco a sedersi un attimo e gli prometto che starò con lui. Mio fratello avvisa la guida di andare avanti, noi aspetteremo gli altri e poi vedremo. Questa sembra pazientare un po’, ne approfittiamo tutti per bere e riprendere fiato, poi si avvicina a Gianluca, lo convince che manca pochissimo, non può mollare, lo prende per mano e lo rimette in piedi. Ripartiamo.

Mi metto ultima in cordata, così se Gian è in difficoltà me ne accorgo subito. Serve massima concentrazione per questo “ultimo” sforzo. Le mie dita sono quasi congelate ma mi servono ad appigliarmi alle rocce, a non scivolare. Riprendiamo un ritmo veloce, come sentissimo il fremito del sole che vedremo sorgere di lì a poco. Gli ultimi venti passi promessi a Gianluca dalla guida in realtà sono duemila, ma il nostro unico pensiero è mettere un passo davanti all’altro, incrociarli con le mani che si ancorano alle pietre appena sopra. Riccardo non fa una piega, sale preciso, conosce l’alta quota ed è immune al mal di montagna. Io mi perdo nei miei pensieri, determinata ad arrivare fino in fondo, nonostante il sangue batta costante nelle tempie e non abbia esperienza di montagne sopra i duemila metri. Gian procede sbuffando e borbottando “mi avevano assicurato che non bisognava usare le mani!”, deduco quindi si sia completamente ripreso. Non abbiamo neanche il tempo di accorgerci che siamo quasi arrivati, quando d’improvviso tutto sembra cambiare: una lunga corda di ferro gira intorno all’ultimo tratto di salita, ma è sistemata così male che invece di tenerci dobbiamo scavalcarla. Alla mia destra comincia a prendere forma la parete della vetta più vicina, ancora uno sforzo e ci siamo. Per raggiungere Punta Lenana c’è una scala, sette pioli in tutto, incastrati nella montagna. Appoggio il piede e cerco l’appiglio successivo con la mano, in una sequenza rigida e uguale per chiunque sia arrivato fin lassù. Quando appoggio il piede e trovo le forze per l’ultima spinta sono sfinita.

Ancora una volta non ho il tempo di riprendere fiato: dritto davanti a me uno spicchio luminosissimo si sta facendo spazio nel cielo, restituendo la luce a noi e a tutto quello che abbiamo intorno. Mi accorgo che siamo centinaia e centinaia di metri sopra le nuvole. Lo spazio mi sembra in un attimo completamente trasformato. L’alba si infrange sulla maestosa parete del Batian, alle mie spalle, e su di noi, che siamo quassù, a 5 mila metri, nell’attimo esatto in cui il giorno ha inizio. Non riesco a trattenere le lacrime. Il tempo di scattare qualche foto e vedo comparire Gabriele e mia sorella, seguiti da David e Beatrix.

Anche loro ce l’hanno fatta. Questa montagna, la mia famiglia, è per me la più grande delle avventure.