Il mio Kilimanjaro

Kilimanjiaro

La mia scelta di provare a salire sul tetto d’Africa nasce un pomeriggio di circa 3 anni fa mentre facevo un safari in Kenya. Ho visto il Kilimanjaro in tutta la maestosità e ho deciso che provare a salire in vetta alla montagna più alta dell’Africa, era una di quelle esperienze che danno un senso alla vita. E alla fine dello scorso anno, il 2014, finalmente mi sono deciso a iniziare a programmare questa mia esperienza. Ho cominciato a cercare chi potesse offrire questa opportunità e dopo aver dialogato solo con agenzie straniere ecco che mi sono imbattuto nel Tour Operator di Overland. Con Adventure Overland ho potuto realizzare il mio viaggio che è partito il 29 Dicembre.

Luca ha partecipato al viaggio Tanzania: Kilimanjaro, salita Via Machame

In piena nottata del 30 dicembre tocco il suolo africano. Si atterra e appena si apre lo sportello inizio a sentire l’aria africana, sono 28° C nonostante sia piena notte. Per entrare in aeroporto dall’aereo, dimenticatevi pullman o altro, si va a piedi. Dato che il visto per la Tanzania si fa in aeroporto, compilo il form per la richiesta, preparo i 50$ necessari e inizio la trafila. Nonostante sia piena notte, sbrigo le mie formalità in breve tempo ed esco per ritirare il bagaglio e con grande sollievo lo vedo. Preso il bagaglio mi avvicino all’uscita dell’aeroporto dove dovrebbe aspettarmi il contatto di Overland. Esco e non lo vedo, cinque minuti di panico!!! Alle 02:40 del 30 Dicembre, sono fuori del Kilimanjaro Airport, senza contatti. Inizia una mia ricerca confusa dei documenti di viaggio, per cercare di trovare qualche informazione che mi possa essere di supporto, quando vedo apparire un cartello con il mio nome. Si parte per Moshi, città della Tanzania, dove soggiornerò prima e dopo la salita. Vengo avvisato che trascorrerò quel che rimane della notte in albergo differente da quello previsto, dove verrò spostato la mattina seguente. Non importa, sono stanco e voglio solo un letto dove riposarmi. Si arriva allo Zebra Hotel, centro di Moshi, e il mio tanto agognato letto incomincia a preoccuparmi. Mi registro, un improbabile portiere si offre di portarmi gli zaini in camera, ma li carico sulle mie spalle e inizio a salire le scale dove incontro qualche piccolo scarafaggio. Entro in camera, guardo il letto, guardo il bagno e poi nonostante l’impatto non sia dei migliori, faccio una doccia e mi stendo sul letto. Sono ormai le 04: 00 del 30 Dicembre. Verso le 09:00 mi sveglio e mi preparo al cambio dell’albergo. Ho appuntamento alle 10:00 per essere trasferito al Park View Inn Hotel, sempre a Moshi, ma di una categoria superiore. Effettivamente, una volta arrivato in camera, noto la differenza fra le due strutture ma ormai la mia mente è proiettata alla giornata del 31 quando inizierà l’ascesa alla vetta del Kilimanjaro. La giornata del 30 la passo in Hotel ad organizzare gli zaini per il giorno successivo e a provare ad immaginare la conquista della vetta.

Passo una notte tranquilla e la mattina, dopo la colazione, ecco che arriva la macchina che mi accompagnerà all’ingresso della Machame Route: Il Machame Gate. In macchina conosco la mia guida, colui che mi guiderà in questa avventura, Emmanuel Washingtone. Dopo una buona mezzora di macchina arriviamo al Machame Gate. E’ da qui che si inizierà. Dopo aver sbrigato le formalità burocratiche, la registrazione, e aver ottenuto l’ok per iniziare a scalare assieme alla mia guida ed al mio gruppo – composto da due portatori e da un cuoco – alle 11:00 del 31 Dicembre oltrepasso il cancello del Machame Gate e faccio il mio primo passo sulla Machame Route. Mi aspettano ora 11 Km di camminata, che mi porteranno dai 1800 mt del Machame Gate ai 3000 Mt del Machame Camp. Questi 11 km si sviluppano all’interno della foresta equatoriale e quindi non si sente molto la mancanza di ossigeno vista la numerosa vegetazione. I primi 5 sono più semplici, dal 5° al 10° si fatica di più, l’undicesimo, quando la foresta lascia lo spazio al bush, arbusti di media altezza, è più semplice dei precedenti e poi si sente il vociare del campo di arrivo che da’ una spinta maggiore per concludere la prima tappa. Mi ci vogliono quasi 5 ore per raggiungere il Machame Camp e i suoi 3000 mt. Arrivato al campo attendo la mia crew per il montaggio tenda, in cui passerò il mio capodanno 2015, e per la preparazione della cena. Il mio arrrivo al campo, viene salutato dalla mia guida con un “Good Job” e dal campo è possibile ammirare la vetta del Kilimanjaro. Sono più vicino alla mia meta!!! La temperatura esterna appena il sole tramonta, ha un brusco calo, sono a 3000 mt di altezza e mi appresto ad affrontare una la prima notte in tenda con una temperatura esterna non superiore ai 10° C. A mezzanotte, i rangers, per festeggiare il capodanno sparano dei colpi in aria e sfortunamente mi sveglio e faccio fatica a riprendere sonno.

Il mattino del 01 Gennaio, la sveglia è alle 07:00, perché il programma della mia guida prevede la partenza, verso lo Shira Camp, il mio prossimo campo, alle 09:00. Dopo aver fatto colazione, sistemato gli zaini, smontato la tenda, Emmanuel mi dice che oggi devo seguire lui e non fare come il giorno precedente, in cui lo avevo anche anticipato in quale pezzo del percorso, perché i primi 3 km sono veramente duri e oggi, passando dai 3000 mt ai 3900 mt, la rarefazione dell’ossigeno può dare maggiori problemi di respirazione. Partiamo, io e la mia guida, zaino in spalla ed inizia il mio secondo giorno di scalata. Avevo provato ad immaginarmi la difficoltà del percorso ma la realtà si dimostra ancora più dura. Avanzo, seguendo Emmanuel, a circa un km all’ora, perché il passo “pole pole” da lui scandito serve per non farmi andare in crisi. Questa andatura però consente di godermi il paesaggio e di prendere sempre più consapevolezza di ciò che sto facendo. Ad un certo punto però il tempo cambia, arriva il maltempo, c’è un brusco calo della temperatura, inizia a scendere nebbia e tutto, intorno a me, prende una colorazione grigia. Durante il percorso esistono passaggi in cui è necessario anche l’utilizzo delle mani per oltrepassarli. Fra l’altro, la nebbia rende le roccie viscide e quindi è necessario che io stia ancora più attento. Svalicato il passaggio più alto della giornata, inizia una graduale discesa verso il campo, ma che affronto quasi di corsa a causa dell’arrivo della pioggia. Io e Emmanuel, praticamente, affrontiamo l’ultimo km di percorso, in appena 15 minuti, nonostante, rocce viscide e continui sali scendi. Arrivo al campo alle 13:30, entro nella capanna dei rangers, firmo il registro di arrivo ed attendo che arrivi il resto della mia crew per il montaggio della tenda per la notte. In teoria ho tutto il pomeriggio a disposizione per scoprire la zona dello Shira (vulcano dormiente così come il Kilimanjaro ed il Merù) ma piove tutto il pomeriggio e scelgo di stare in tenda. Verso le 16:00 c’è un piccolo barlume di sole ma dura pochissimo. Alle 18:00 inizia a scendere la notte e in attesa della cena inizio a prepararmi per la notte. La notte mi mette a dura prova, la tempertura scende parecchio e dormo pochissimo.

Alle 5:30 sono già in piedi ed aprendo la mia tenda vedo che tutto intorno è ghiacciato. Nella notte si sono toccati i -10° C da quello che mi dice Emmanuel. Fortunatamente il tempo è migliorato e riesco a godermi una splendida alba, vedendo sempre più vicino il mio traguardo. Lascio il campo alle 08:00 con direzione Barranco Camp, posto alla stessa quota dello Shira Camp, ma con l’ascesa alla Lava Tower, che si trova a 4600 mt. Il Barranco Camp dista circa 10 km e la giornata mi sembra iniziare nel migliore dei modi, visto il sole e la mia forma fisica, nonostante una notte quasi insonne. Va tutto bene sino ai 4200 mt, poi il tempo cambia nuovamente e dai 20°/ 22° C si passa ai 5° C e sono obbligato ad indossare il giubotto per continuare la marcia. Il paesaggio attorno a me è, ormai, solo roccia, siamo oltre i 4000 mt e dopo circa 4 ore di cammino, eccomi alla Lava Tower. Alle pendici della Lava Tower c’è un campo ma non è il Barranco. Per arrivare al Barranco ora devo affrontare una discesa molto ripida e seuire l’alveo di un piccolo torrente . Un’ora e mezza di discesa ed eccomi di nuovo ai 3900 mt del Barranco Camp. Al mio arrivo al campo, accuso la stanchezza, ero partito al mattino convinto della mia forma fisica, ed adesso mi rendo conto che la notte precedente ha intaccato le mie energie. Provo a riposarmi in tenda, ceno verso le 19:00 e Emmanuel, per darmi un’idea di che temperatura ci sia appende un termometro fuori dalla mia tenda. Alle 19:00 sono 0° C, quindi prevedo altra notte molto fredda.

La notte è come quella precedente, il termometro scende a -10°C e al risveglio è tutto nuovamente ghiacciato. Mi sveglio alle 05:30, non è ancora l’alba, ma i portatori ed i cuochi sono già attivi. Alle 06:30, circa, inizia ad albeggiare ed uscendo dalla tenda posso ammirare il Kili, nella sua maestosità. Mi viene servita la colazione alle 07:00 e subito dopo inizio la preparazione dello zaino per la quarta tappa, la Barranco Camp – Karanga Camp. La partenza è difficile, si affronta una parete, quasi verticale,da me ribattezzata “Baranco Wall”. Non essendo un trekker professionista mi trovo in diffcioltà ed in molti punti, sono obbligato all’utilizzo delle mani per avere appoggi supplementari e spinte aggiuntive. Finita la scalata della parete, sono a 4230 metri ed ha inizio la non facile discesa. Nulla è semplice sul Kilimanjaro, e tutto mi mette a dura prova. Dopo il muro, la discesa è un continuo sali secndi, sino all’ultimo chilomentro, dove affronto una discesa incredibile in un canyon ed una salita per arrivare al Karanga Camp, posto a 3930 metri. La mia ascesa prevede la sosta al Karnaga Camp, sosta che può essere anche saltata, se si vuole arrivare in vetta, lungo la Marangu Route, in 4 giorni anziché 5. Questa sosta la consiglio, perché permette di fare un giorno di acclimatamento in più e spezza una giornata altrimenti, secondo me pesante, cioè il trasferimento tra il Baranco Camp e il Barafu Camp, il campo da qui si accede alla vetta.. Fra l’altro in questa giornata non sono in formissima, ho problemi di stomaco, secondo me causati dalla cucina estrememente speziata. Per affrontare questa emergenza chiedo ad Emmanuel di poter avere solo del te’ caldo per cercare di ristabilire il mio stomaco. Emmanuel è diffidente perché dice che devo mangiare per recuperare energie ma io insisto e ceno solo con thè caldo zuccherato e provo a dormire.

La notte è meno fredda delle precedenti e al mattino, con qualche ora di sonno in più rispetto alle notti precedenti, mi sento quasi in completa forma. Il 04/01/2016 inizia il tragitto fra il Karanga Camp ed il Barufu Camp. La tappa non è lunga, si passa dai 3930 metri ai 4590 metri del Barafu. La prima asperità della giornata si presenta subito, poi si continua con un falsopiano per circa un’ora sino all’ultima salita che porta al Barafu Camp. Attraverso uno scenario roccioso, rocce sedimentarie, di vegetazione non ce n’è più traccia. Dopo tre ore arrivo al Barafu Camp. Mi infilo nella tenda, il mio stomaco sta meglio, riesco a mangiare qualcosa di solido e sostanzioso. Emmanuel entra e mi spiega il programma che mi aspetta. Dopo il pranzo mi consiglia di provare a recuperare le forze, poi verso le 17:00 mi sarà servita la cena e alle 23:00 è programmata la partenza per la vetta. Mi dice di cercare di dormire il più possibile perché nella scalata mi serviranno tutte le forze. Mi da anche consigli sull’abbigliamento da utilizzare nella scalata e qualche dritta su come organizzare ciò che porterò con me nello zaino. Alle 23:00 mi viene a chiamare ed inizia la mia preparazione basata sui suoi consigli. Alle 23:45 parte la mia scalata alla vetta con un gran vento e un cielo incredibilmente stellato.

L’ascesa al buio ha i suoi pro e i suoi contro. Il fatto più positivo è che non mi rendo conto di che pendenza sto affrontando mentre il fatto più negativo è la completa non consapevolezza di dove sono diretto. Concordo con la mia guida di fermarmi ogni ora della salita, finchè ce la faccio. L’ascesa sembra un cielo stellato, ci sono solo le luci di chi come me sta cercando di “prendersi” l’Hururu Peak.. Procedo seguendo per le prime tre ore di salita il passo di Emmanuel, ma inizio ad accusare un po’ la stanchezza e ciò mi preoccupa perché non sono neppure a metà salita. Decido di accodarmi ad un altro gruppo di salita e di procedere con il loro passo, sperando di recuperare un po’ di forze, procedendo ad un passo più lento. Fra l’altro la temperatura più si sale e più diventa rigida. Emanuel estrae il suo termometro e me lo mostra, – 8° gradi e dalle sue stime, sono ad una quota di 5300 metri. La mia scelta sembra rivelarsi giusta e quando il gruppo, che seguo, si ferma per la pausa, io proseguo assieme ad Emmanuel. Ormai sono passate quasi 5 ore dalla mia partenza dal Barafu Camp e mi sto avvicinando alla vetta. Emmanuel, vedendo affiorare la stanchezza, mi dice che ormai non manca molto allo Stella Point, posto a 5756 m, quindi a solo 100 metri dalla vetta. Mi dice anche che dopo lo Stella Point, la salita si addolcisce un po’, perdendo pendenza, ma mi avvisa anche dalla maggiore difficoltà di respirazione che si andrà a sommare alla stanchezza sempre crescente. Dopo un’ altra mezz’ora di ascesa, mi appare l’indicazione Stella Point e mi rendo conto di essere vicino. Ma alla vetta, piuttosto che avere una botta di adrenalina, mi ariva tutto ciò che mi aveva predetto Emmanuel, la stanchezza e le difficoltà respiratorie dovute alla quota. Mancano, ormai, solo 100 metri alla vetta, ma sono obbligato a fermarmi ogni 5 minuti per ripendere fiato e forze, 5 minuti di pausa e 5 di ascesa. Dopo una quarantina di minuti, incrocio chi è già arrivato in vetta e sta iniziziando la discesa. Ed in questo momento, vedere ciò e sentirmi dire “Congratulation!!”, trovo le ultime forze e stingo i denti. E finalmente le vetta!!! Ancora oggi, mentro sto scrivendo il mio racconto, mi emoziono! Sono attraversato da un’emozione fortissima, mi scendono le lacrime e poco importa se al posto di una bellissima alba, mi ritrovo in una tempesta di ghiaccio, con temperature sotto i -15° C gradi. Non sento nulla, sono in estasi. Non importa se la barba inizia a diventare bianca per il ghiaccio che arriva in faccia come tanti piccoli spilli. Ce l’ho fatta, ho vinto una mia sfida, sono ai 5895 metri dell’Hururu Peak. Sono le 06:25 del 05 Gennaio del 2016. Adesso si che ho una scarica di adrenalina che fa scomparire la stanchezza, inizio la discesa che praticamente corro, non ho il mio sentore di stanchezza in me e le difficoltà respiratorie sono sparite! Dopo una mezzora inizio a prendere coscienza della situazione attorno a me, il ghiaccio mi ha fatto diventare la barba completamente bianca, gli abiti sono completamenti ricoperti da uno strato dello stesso. La discesa continua a capofitto, il dislivello non ti permette di affrontarla se non in questo modo. Verso i 5000 metri ecco il sole ed ha inizio il mio disgelo. Il viaggio di ritorno al campo è costellato da un paio di mie cadute sul terreno vulcanico del Kilimanjaro ma cado praticamente sempre con il pollice alzato per tranquillizare Emmanuel. Il ritorno al Barafu Camp avviene alle 8:45. Per la salita ho impiegato quasi sette ore, la discesa mi ha impegnato per poco più di due ore! Al campo, mi aspetta una colazione con thè caldo e qualcosa di solido per farmi recuperare le forze. La giornata però non è finita, perché dal Barufu Camp devo raggiungere il Mweka Camp posto a 3000 metri. La partenza per tale Camp è prevista per le ore 13:00. Si parte puntuali e chi dice che la salita è faticosa non sa cosa vuol dire affrontare una discesa con già la stanchezza nelle gambe. E non ho neanche l’effetto adrenalina come alleato. Dopo circa tre ore di discesa, in cui non comando più le mie gambe e dove scopro di avere delle articolazioni fantastiche, visto tre o quattro movimenti innaturali fatti, arrivo assieme alla mia crew al Mweka Camp. Ci si organizza per la mia ultima notte all’interno del Kilimanjaro National Park con montaggio tenda, sistemazione per la notte e preparazione della ultima cena. Cena che ha stasera un sapore diverso, perché ho piena coscienza di aver vinto la mia personale sfida. L’ultima notte trascorre più tranquilla e riesco a dormire di più visto la stanchezza, la tempertura meno rigida e il rilassamento post vetta.

La mattina arriva presto, colazione, preparazione degli zaini e partenza per il Mweka Gate posto ai 1800 metri. Mettendomi le scarpe mi accorgo di avere almeno un paio di vesciche per piede, ricordo delle discese della giornata prima. Non importa nulla, parto con Emmanuel e dopo circa tre ore arrivo al Gate. Al Gate, mi aspetta il disbrigo delle ultima formalità per certificare la mia uscita dal parco e soprattutto la mia riuscita della conquista della vetta. Mi rilasciano una certificato con ora e giorno del mio arrivo in vetta per la completa ufficialità. Dopo le formalità salgo in macchina e vengo accompagnato all’hotel dove non vedo l’ora di arrivare per poter fare una doccia, riposarmi un po’ e preparare gli zaini per il mio rientro in Italia.

Questo è il racconto della mia sfida, forse sarò ripetitivo, ma oggi ad ormai 5 mesi di distanza mi ricordo ogni instante, ogni momento della mia scalata. Ringrazio la mia guida Emanuel e tutta la mia crew che mi aiutato e stata vicino. L’Africa e questa aventura sono impresse a fuoco nella mia testa e nel mio corpo.

 

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